


All'inizio sembrava solo una brutta influenza.
La malattia ha colpito Danielle Stanisic mentre si trovava a New York per un incarico di ricerca. Era la prima volta che trascorreva del tempo lontano dal suo paese, l'Australia. Sono stati i suoi colleghi di laboratorio a preoccuparsi e a insistere perché si sottoponesse al test. Così è risultato che Danielle, che sei mesi prima era stata in Papua Nuova Guinea, aveva la malaria.
La settimana trascorsa in ospedale ora appare come un ricordo confuso di grande sofferenza ma, a distanza di 20 anni, Danielle pensa soprattutto a quanto sia stata fortunata. "Ho potuto ricevere cure rapide ed efficaci in ospedale", dice. "Non dovevo preoccuparmi dell'eventualità che i farmaci fossero contraffatti. Non dovevo preoccuparmi che non ci fossero abbastanza flaconi per le flebo. Non dovevo preoccuparmi di niente di tutto questo. Ma nelle zone dove la malaria è endemica le cose non stanno affatto così".
Oggi Danielle è un'immunologa di lunga esperienza specializzata nella lotta contro i parassiti. In cima alla lista delle sue priorità c'è l'agente patogeno che causa la malaria, una malattia che uccide circa 600.000 persone ogni anno, la maggior parte delle quali vive in luoghi dove non hanno la stessa fortuna che ha avuto lei nell'avere accesso alle cure.

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La malaria affligge l'umanità da millenni. Causata da un parassita trasmesso dalle zanzare, questa malattia è nota fin dall'antichità e ha colpito anche personaggi illustri, come Alessandro Magno, che si ritiene sia morto sulle rive dell'Eufrate proprio a causa della malaria, e Tutankhamon, nei cui resti di sangue mummificato sono state trovate tracce di parassiti della malaria.
Oggi, anche se è possibile prevenirla e curarla, la malaria rimane un flagello letale e distruttivo in vaste zone del mondo, soprattutto in Africa, dove si registra il 95% dei casi e dei decessi. Si stima che nel 2024 la malaria abbia colpito 282 milioni di persone e ne abbia uccise 610.000, di cui circa il 75% erano bambini sotto i 5 anni.
La malattia si trasmette all'uomo attraverso la puntura di alcune zanzare Anopheles femmine. I sintomi più comuni sono febbre, mal di testa e brividi. Se non curata, l'infezione può portare a una condizione grave con stanchezza, convulsioni e difficoltà respiratorie, e può causare il coma o la morte anche entro solo 24 ore dalla comparsa dei sintomi. Sebbene la malaria non sia contagiosa e non si trasmetta direttamente da persona a persona, le zanzare che si nutrono del sangue di una persona infetta possono contrarre il parassita e trasmetterlo ad altre persone.
Nei primi due decenni di questo secolo, il rischio di malaria è gradualmente diminuito nelle zone colpite, grazie soprattutto all'adozione di misure preventive come le zanzariere trattate con insetticidi, che hanno un'efficacia di tre anni o più, e l'irrorazione delle pareti interne con insetticidi altrettanto duraturi. Grazie a queste misure, 47 paesi sono stati dichiarati liberi dalla malaria dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, tra cui l'Egitto, la Cina e, più di recente, nel 2025, la Repubblica Democratica di Timor Est. Anche i farmaci antimalarici hanno salvato delle vite.
Dall'inizio della pandemia di COVID-19, però, il numero dei casi è tornato ad aumentare. E i tagli globali ai finanziamenti destinati agli aiuti potrebbero causare un'ulteriore e devastante battuta d'arresto nei progressi compiuti. "Una tempesta perfetta causata dai cambiamenti climatici, dall'aumento della resistenza ai farmaci e agli insetticidi, dalle interruzioni degli scambi commerciali e dall'insicurezza globale mina ulteriormente l'efficacia degli interventi contro la malaria e minaccia di vanificare i progressi conquistati a fatica dall'anno 2000 ad oggi", avverte un rapporto del 2025 redatto dall'alleanza intergovernativa African Leaders Malaria Alliance e dall'organizzazione no-profit Malaria No More UK. La campagna di raccolta fondi dello scorso anno a favore della collaborazione con il Global Fund, che raccoglie fondi per combattere la malaria, l'AIDS e la tubercolosi, ha ottenuto risultati inferiori rispetto alla campagna precedente del 2022. Gli autori del rapporto prevedono che, se non si riuscirà a raggiungere il livello di finanziamenti precedente, il numero di casi di malaria e di decessi è destinato ad aumentare.
L'approvazione da parte dell'OMS, a partire dal 2021, di due vaccini rivoluzionari contro la malaria (i primi in assoluto contro i parassiti) fa sperare che questa previsione allarmante possa essere scongiurata e che la malattia possa addirittura essere debellata. Ci sono decine di altri potenziali vaccini in fase di sviluppo, tra i quali un candidato promettente che Danielle e il suo team stanno sviluppando in Australia.
Da decenni gli scienziati si interrogano su come allenare il sistema immunitario a combattere la malaria in modo più efficace. I parassiti che causano la malattia esistono da milioni di anni, quindi l'umanità si è evoluta insieme a loro, afflitta da una guerra biologica senza tregua. In alcune zone a rischio di malaria, ad esempio, le mutazioni genetiche negli esseri umani hanno modificato la forma e il comportamento dei globuli rossi. Ne è un esempio il tratto falciforme, che può far sì che i globuli rossi infettati dal parassita della malaria si autodistruggano insieme agli invasori.
Allo stesso tempo, l'astuto parassita ha sviluppato modi sofisticati per eludere le difese del nostro organismo. I parassiti della malaria cambiano forma durante il ciclo vitale, modificando radicalmente la loro struttura e i loro tratti superficiali. Questo rappresenta un problema per i "vigilanti" del nostro sistema immunitario, ovvero gli anticorpi, che tracciano ritratti dei patogeni per identificarli rapidamente e chiamare rinforzi nel caso di nuovi "avvistamenti".
I vaccini moderni, compresi i due vaccini antimalarici approvati finora, addestrano il sistema immunitario spesso utilizzando solo una parte di una singola proteina di superficie di quel patogeno. In tal modo, gli anticorpi riconoscono i patogeni e li combattono senza alcun rischio che si sviluppi un'infezione vera e propria. Ma i parassiti della malaria sono bravissimi a camuffarsi e possono cambiare rapidamente aspetto per eludere la risposta immunitaria umana.

I ricercatori dell'Institute for Biomedicine and Glycomics della Griffith University stanno sviluppando un potenziale candidato vaccino, il PlasProtecT.
Gli eucalipti ondeggiano pigramente nella calda brezza che soffia attorno all'Institute for Biomedicine and Glycomics della Griffth University, mentre i turisti affollano le spiagge vicine della Gold Coast australiana. È proprio qui che Danielle e il collega immunologo Michael Good, ricercatore responsabile del progetto, stanno sviluppando il loro potenziale candidato vaccino, chiamato PlasProtecT, grazie a una partnership per la raccolta fondi con i Rotary club australiani.
Qui, in un laboratorio molto indaffarato, il costante ronzio dei frigoriferi fa da sottofondo mentre i ricercatori hanno gli occhi fissi dentro il microscopio e contano i parassiti con gli appositi contatori manuali. Al piano di sopra, nell'ufficio di Good, sulla scrivania ci sono pile di articoli di ricerca, riviste di biologia e programmi di convegni. Alle sue spalle c'è una foto che ritrae diversi parassiti della malaria, un'immagine scattata dai pionieri in questo campo nel XIX secolo. Una targa di riconoscimento giace, apparentemente dimenticata, in fondo alla libreria.
Good ha dedicato 40 anni alla ricerca sui parassiti della malaria. Durante uno dei primi esperimenti sui vaccini, circa un decennio fa, il suo team gli ha iniettato il Plasmodium falciparum, la specie più letale di parassita che causa la malattia. In passato, oggi molto meno, l'autosperimentazione volontaria era una pratica comune nella ricerca medica, e per Good era importante sottoporvisi. "Volevo poter essere sicuro di aver messo a punto il vaccino. Non avrei mai somministrato nulla a nessuno che non fossi stato disposto ad assumere io stesso", afferma Good.
I parassiti erano vivi ma indeboliti grazie al processo dell'attenuazione, che rende innocui gli agenti patogeni pur mantenendoli riconoscibili dal sistema immunitario. È lo stesso processo usato in tutta sicurezza nei vaccini, da quelli contro la varicella a quelli contro l'influenza.
I parassiti utilizzati in questo primo test non erano stati indeboliti abbastanza, e Good si è ritrovato ben presto a tremare sotto una montagna di coperte, a casa a letto. Ma, proprio come Danielle, aveva a portata di mano cure di prim'ordine e si è ripreso in fretta.

Danielle Stanisic e Michael Good, dell'Institute for Biomedicine and Glycomics della Griffith University, stanno sviluppando un potenziale candidato vaccino contro la malaria grazie a una partnership per la raccolta fondi con alcuni Rotary club australiani.
L'episodio costrinse i ricercatori a rivedere e ottimizzare la formulazione, fornendo al contempo un'ulteriore conferma della validità di alcuni dei loro approcci più generalizzati. Oggi i ricercatori congelano i parassiti per ucciderli completamente, anziché semplicemente attenuarli, e incorporano i loro componenti disgregati in una struttura lipidica insieme ad altri composti in grado di amplificare la risposta immunitaria. Con questo tipo di test non si corre alcun rischio di contrarre la malaria. "Questo qui è stato ucciso per congelamento", spiega Good. "Sarebbe come mettere una persona in una vasca di azoto liquido, tirarla fuori e sperare che se ne vada con le sue gambe. Ovviamente non è possibile".
Quando una zanzara infettata dal parassita della malaria punge una persona, minuscoli parassiti a forma di verme fuoriescono dalle ghiandole salivari dell'insetto e si insinuano nella pelle. Queste forme del parassita, dette sporozoiti, vengono veicolate dal flusso sanguigno e da lì raggiungono il fegato nel giro di pochi minuti o poche ore. Nel fegato crescono e si dividono per circa una settimana fino a diventare merozoiti, raggiungendo uno stadio cellulare dalla forma ovoidale. Quando i merozoiti raggiungono la piena maturità, circa 30.000 di essi fuoriescono dal fegato, pronti a invadere i globuli rossi.
Si ancorano a un globulo rosso, praticano un foro, si infilano all'interno e richiudono perfettamente l'apertura per nascondersi e non essere intercettati dal sistema immunitario. Qui iniziano letteralmente a divorare l'emoglobina, dividendosi più e più volte fino a formare circa due dozzine di copie, tutte stipate l'una contro l'altra come sardine.
Le pareti cellulari si disintegrano liberando nuovi merozoiti nel flusso sanguigno. E il ciclo ricomincia.
A questo punto l'organismo ospite inizia a manifestare i sintomi. Quando i merozoiti rompono le pareti cellulari, i prodotti di scarto invadono il flusso sanguigno, scatenando una massiccia risposta immunitaria con febbre e brividi.
La distruzione dei globuli rossi causata dalla malaria può portare ad anemia, stanchezza, dolore diffuso, diminuzione della saturazione e persino danni agli organi vitali. Tutto questo può succedere molto in fretta, soprattutto nei bambini, che quando arrivano in ospedale hanno già bisogno urgente di una trasfusione di sangue.
Se non viene curata, la malaria può portare alla morte, a volte nel giro di sole 24-48 ore. I soggetti più a rischio sono i bambini, le donne incinte, gli individui immunocompromessi e quelli colpiti per la prima volta dalla malattia.
I due vaccini approvati dall'OMS attualmente in uso, dal nome commerciale Mosquirix e R21, si sono dimostrati efficaci nel ridurre i casi di malaria nei bambini di oltre il 50% durante il primo anno dopo la somministrazione della serie iniziale di tre dosi (si consiglia di somministrare una quarta dose dopo un anno per prolungare la protezione, che con il tempo tende a diminuire). Nelle zone in cui la trasmissione è fortemente stagionale e si concentra in pochi mesi all'anno, se somministrati stagionalmente i vaccini prevengono circa il 75% dei casi. I vaccini vengono somministrati ai bambini in 25 paesi africani insieme alle vaccinazioni infantili di routine; l'obiettivo è quello di raggiungere più di 10 milioni di bambini all'anno, un traguardo attualmente a rischio a causa dei fondi limitati.
In base alle simulazioni, secondo l'OMS questi vaccini potrebbero salvare la vita a circa mezzo milione di bambini entro il 2035 se la distribuzione venisse potenziata nelle zone dove la trasmissione è moderata o alta.
Nel frattempo, all'orizzonte ci sono altri strumenti e vaccini, tra cui il PlasProtecT della Griffith University, che sta per entrare nella fase di sperimentazione clinica grazie agli oltre 3,1 milioni di dollari australiani (circa 2,2 milioni di dollari USA) raccolti dal Distretto Rotary 9640.
Questo vaccino è diverso rispetto a quelli usati sul campo, perché agisce sul parassita della malaria dopo che questo è fuoriuscito dal fegato ed è entrato nel flusso sanguigno. "Disponendo solo di vaccini mirati alla fase epatica dell'infezione, il rischio è che anche un solo parassita che abbandona il fegato possa scatenare la fase ematica della malattia", afferma Christian Engwerda, immunologo cellulare presso il QIMR Berghofer Medical Research Institute di Brisbane. "Nel mondo ideale dovremmo avere un vaccino in grado di fare tutte e tre le cose: prevenire l'infezione epatica, prevenire l'infezione durante la fase ematica e impedire la ritrasmissione del parassita alle zanzare".
Il vaccino PlasProtecT può anche essere congelato o liofilizzato in polvere senza che la sua efficacia ne risenta, rendendone il trasporto facile ed economico. Contiene inoltre più di 5.000 proteine del parassita della malaria, offrendo protezione contro una gamma più ampia di ceppi e specie, ottenuta secondo la strategia di vaccinazione contro lo sporozoita intero.
Le sperimentazioni cliniche di fase 1 su esseri umani per PlasProtecT dovrebbero iniziare quest'anno. I primi test sulla vaccinazione hanno mostrato risultati promettenti. "I nostri modelli preclinici dimostrano che questo approccio basato su un vaccino con parassiti interi stimola ottime risposte immunitarie contro diversi ceppi", afferma Danielle.

Il candidato vaccino PlasProtecT, sviluppato dai ricercatori della Griffith University, può essere congelato o liofilizzato sotto forma di polvere senza che ciò ne comprometta l'efficacia, rendendo il trasporto facile ed economico.
La lotta che Danielle porta avanti contro la malattia mette in luce anche la necessità di disporre di vari strumenti oltre ai vaccini. Durante il suo viaggio in Papua Nuova Guinea tanti anni fa, Danielle, come molti viaggiatori, assunse a scopo profilattico un farmaco antimalarico, che uccide i parassiti della malaria presenti nel sangue. Nel suo caso, però, alcuni dei parassiti sono rimasti inattivi nel fegato, riemergendo solo mesi dopo, una volta terminata la terapia (un rischio associato a due delle cinque specie di parassiti della malaria).
"Ecco perché abbiamo bisogno di un vaccino altamente efficace", dice, "che permetta di sviluppare l'immunità e impedisca al parassita di proliferare nel sangue
".Il settore filantropico e i governanti stanno valutando attentamente quali campagne e strumenti di salute pubblica sostenere con risorse limitate e quali sono i mezzi più promettenti. Alcuni governi stanno riducendo l'impegno su tutta la linea. Danielle afferma senza mezzi termini che gli scienziati si trovano ad affrontare quella che chiamano la "valle della morte", ovvero un vuoto nei finanziamenti che porta alla morte di tecnologie promettenti.
Il suo team ha chiesto da subito aiuto al Rotary. Danielle ha parlato più volte a un gruppo di soci del Rotary australiano impegnati nella lotta alla malaria e, nel 2015, è entrata a far parte di un nuovo club satellite del Rotary con sede presso la Griffith University. In seguito alla sua richiesta di un contributo per comprare un'attrezzatura da laboratorio, i soci del Rotary hanno raccolto con entusiasmo i fondi necessari in una settimana. Una di loro, Sandra Doumany, ha capito fin dall'inizio il potenziale dei Rotary club. "È emersa proprio tutta la forza del Rotary", afferma Sandra, socia del vicino Rotary club di Hope Island ed ex governatore distrettuale. "Il fatto che abbiamo reagito nel giro di una settimana per me è stata la prova di tutta la forza del Rotary".

La Rotariana Sandra Doumany ha contribuito a gestire le iniziative di raccolta fondi per garantire che la ricerca possa continuare presso il laboratorio della Griffith University.
Nel 2017 è stato avviato il Malaria Vaccine Project, una collaborazione ufficiale tra i ricercatori della Griffith University e il Distretto Rotary 9640. Il progetto mira a raccogliere i fondi necessari per portare avanti la ricerca durante le fasi cliniche 1 e 2, di importanza vitale, che in genere corrispondono al momento in cui terminano i finanziamenti dello stato e quelli dell'industria farmaceutica non sono ancora arrivati.
Sandra Doumany presiede il comitato direttivo del Malaria Vaccine Project e organizza ogni anno una serata di gala per la raccolta fondi. In occasione dell'ultima serata di gala sono stati raccolti circa 86.000 dollari australiani (circa 56.000 dollari americani). I membri del progetto organizzano anche partite di golf, saloni nautici, barbecue e incontri per promuovere l'iniziativa e trovare donatori.
Un altro Rotariano che contribuisce a guidare l'iniziativa è Ross Smith, un allegro preside in pensione, socio del Rotary club di Burleigh Heads. L'ex governatore distrettuale è sempre in giro per il mondo in cerca di sostegno per la campagna e ha avuto a malapena il tempo di riprendersi dal jet lag di un recente viaggio all'estero prima di partecipare all'ultima cena di gala. "La malaria è la maggiore causa in assoluto di morti sul pianeta", afferma Smith. Eppure, aggiunge, la raccolta fondi può essere una sfida, perché la malaria colpisce soprattutto le zone più povere del mondo.
Smith non è estraneo alla malattia. Suo padre contrasse la malattia diverse volte mentre era prigioniero di guerra dei giapponesi a Singapore durante la Seconda guerra mondiale. Più di mezzo secolo dopo, Smith si è trovato faccia a faccia con quel parassita mentre si trovava in una piccola scuola in Tanzania per un progetto del Rotary. Una notte, una donna australiana che lavorava alla scuola si è ammalata di quella che poi è risultata essere malaria, e doveva andare assolutamente in ospedale. Smith l'ha accompagnata in auto. "Sudava ed era tutta gonfia. "Stava veramente male", ricorda Smith. Durante quel viaggio in auto, in preda alla tensione, per 8 chilometri al buio su una strada piena di buche, Smith non era sicuro che la donna ce l'avrebbe fatta. Si sentiva impotente. Dopo diversi giorni in ospedale, la donna era fuori pericolo.
La Giornata mondiale contro la malaria, che ricorre il 25 aprile, dà ai soci del Rotary l'opportunità di portare risultati concreti nelle comunità in cui la malattia è endemica. Per sostenere l'impegno alla lotta contro la malattia, il Gruppo d'azione Rotarians Against Malaria ha indetto un bando per sovvenzioni da 2.500 dollari ciascuna, destinate a progetti che vanno dalla distribuzione di zanzariere trattate con insetticida e kit per test diagnostici rapidi a programmi educativi nelle scuole e campagne sui social media.
Il gruppo d'azione ha ricevuto 91 candidature e ha assegnato 33 sovvenzioni. "L'immensa energia proattiva che traspare da queste numerose proposte riflette un interesse per l'eradicazione della malaria che sta rivoluzionando tutto", afferma Dan Perlman, presidente del gruppo d'azione. "Queste opportunità di finanziamento cambiano la vita delle persone, ma cambiano anche noi. Il Rotary ci insegna le basi del service, ci unisce al di là di quale sia la nostra cultura e ci ricorda che i progressi si ottengono quando le persone si impegnano dimostrando dedizione e determinazione".

Il Rotariano Ross Smith, che ha visto con i propri occhi gli effetti della malaria, gira il mondo per sostenere le iniziative di raccolta fondi.
Smith era sempre stato ispirato da Sir Clem Renouf, l'ex presidente del Rotary International che ha contribuito a dare il via alla lotta dell'organizzazione contro la poliomielite. E il suo viaggio verso l'ospedale in Tanzania è stato la molla che l'ha spinto a intraprendere la lotta contro la malaria. Smith crede che i progressi del Rotary verso l'eradicazione della polio rappresentino un ottimo modello anche per la lotta contro la malaria, sempre che gli scienziati riescano a mettere a punto il vaccino.
Dan Perlman, presidente del Gruppo d'azione Rotarians Against Malaria, ritiene che i progressi fatti nel campo dei vaccini, insieme a misure di controllo più efficaci, rendano l'eradicazione della malaria una possibilità concreta. Il gruppo d'azione sostiene progetti che prevedono la distribuzione di zanzariere, il drenaggio dell'acqua stagnante, la somministrazione di larvicidi e di spray residuali per interni, nonché la formazione di operatori sanitari di comunità per diagnosticare e curare la malaria non complicata e rinviare i casi più complessi a strutture specializzate. Nei paesi in cui sono stati introdotti i vaccini contro la malaria, gli operatori sanitari di comunità stanno sensibilizzando la popolazione per sostenere le campagne di vaccinazione.
"La vaccinazione è chiaramente la chiave per eradicare la malaria", afferma Perlman, un medico specializzato in malattie infettive ormai in pensione, tra i primi medici americani a vaccinare un neonato contro la malaria durante la visita in Uganda lo scorso anno, in occasione della fase iniziale di introduzione del vaccino. Perlman sottolinea le difficoltà legate ai vaccini di prima generazione, come la necessità di somministrare quattro dosi e il calo dell'efficacia nel tempo, ma ritiene che siamo nel bel mezzo di una "rivoluzione vaccinale" che porterà all'introduzione di diversi vaccini di nuova generazione nei prossimi anni. "Immagino che entro una decina d'anni avremo almeno tre o quattro vaccini approvati contro la malaria: avremo un vaccino per i viaggiatori e un vaccino per la popolazione adulta", aggiunge Perlman, che è anche socio del Rotary club di Carbondale, in Colorado.
I soci del Rotary hanno festeggiato di recente la certificazione dell'OMS che ha dichiarato il Timor Est libero dalla malaria. Hanno sostenuto questo paese insulare del Sud-est asiatico e altre nazioni della regione distribuendo zanzariere trattate con insetticida, fornendo macchine per l'irrorazione residuale e strumenti diagnostici, organizzando anche campagne di sensibilizzazione nelle comunità.
"È molto probabile che nei prossimi 30-40 anni riusciremo a debellare la malaria dal pianeta", afferma Perlman. "Tutto dipende dalle risorse, dai finanziamenti e dal sostegno che verranno destinati a questo progetto".
Nonostante i progressi, il futuro è incerto. Uno dei problemi più assillanti è la carenza di fondi. L'OMS aveva stimato che entro il 2025 sarebbero stati necessari 9,3 miliardi di dollari all'anno per tenere sotto controllo la malaria a livello globale e raggiungere gli obiettivi di eradicazione della malaria. Ma nel 2024 sono stati spesi solo 3,9 miliardi di dollari. La carenza di fondi rende molto più difficile raggiungere l'obiettivo globale, fissato nel 2015, di ridurre i casi di malaria e i decessi di almeno il 90% entro il 2030.
"I finanziamenti insufficienti hanno portato a gravi lacune nella distribuzione di zanzariere trattate con insetticida, medicinali e altri strumenti salvavita, soprattutto per le persone più vulnerabili alla malattia", afferma l'OMS. Stiamo già assistendo a un aumento della resistenza ai farmaci e agli insetticidi, oltre che alla comparsa di ceppi di malaria che non vengono rilevati dai test diagnostici standard.
Anche le zanzare stanno modificando il loro comportamento. Il cambiamento climatico sta creando nuovi habitat caldi e umidi dove le zanzare possono diffondersi, come sta accadendo alla specie asiatica Anopheles stephensi, che sta invadendo l'Africa e prospera nelle aree urbane. Diverse specie di zanzare pungono all'aperto e durante il giorno, lontano dalle zanzariere. "Il quadro generale è davvero preoccupante", afferma Eliane Pellaux-Furrer, responsabile tecnico per i vaccini contro la malaria presso l'OMS. "Sappiamo anche che la malaria è una malattia che si ripresenta molto in fretta", dice.
Le interruzioni delle misure di controllo durante la pandemia di COVID-19 hanno portato a una recrudescenza della malattia, mostrandoci le conseguenze dei tagli ai finanziamenti. Sebbene ci sia stata una "domanda enorme" e un'ampia diffusione degli attuali vaccini contro la malaria, Eliane Pellaux-Furrer afferma che "purtroppo, a causa dei limiti dei finanziamenti, non si riesce a realizzare le vaccinazioni su larga scala come si vorrebbe.
Ora che i rivoluzionari vaccini Mosquirix e R21 hanno permesso di sviluppare le infrastrutture e i programmi di vaccinazione, sarà più facile introdurre vaccini nuovi e migliori contro la malaria", afferma.
Le sperimentazioni di fase 1 per PlasProtecT costeranno circa 10 milioni di dollari australiani, mentre si prevede una spesa di circa 30 milioni per la sperimentazione di fase 2, volta a testare l'efficacia dei vaccini nei bambini che vivono nelle zone endemiche. I ricercatori della Griffith University auspicano che i dati siano disponibili entro il 2028 e che il vaccino possa essere distribuito e monitorato in diverse zone endemiche negli anni successivi. Ma la scienza è imprevedibile. "Non bisogna mollare", dice Danielle. Rivolgendosi a Micheal Good: "Quante volte abbiamo pensato di essere sulla strada giusta, ed ecco che incappavamo nell'ennesimo ostacolo?"
Qualunque cosa accada, il lavoro che loro e altri ricercatori stanno svolgendo farà ulteriori passi avanti, anche se non è ancora chiaro quali saranno i progressi. Ma Danielle e colleghi sono determinati e dediti al loro lavoro. Devono esserlo, finché la minaccia persiste, afferma Danielle. "Il pensiero dei bambini che muoiono di malaria mi dà la forza di andare avanti".
Questo articolo è già stato pubblicato nel numero di aprile 2026 della rivista Rotary.