Iran - Borsista della pace Ali Reza Eshraghi

Ali Reza Eshraghi, ex borsista della pace del Rotary, intervistato da The Rotarian sul suo lavoro in Iran.
Referenze foto illustrazione a cura di Louisa Bertman

Ali Reza Eshraghi, giornalista di origine iraniana di 35 anni, è project manager presso l'Institute for War and Peace Reporting dell'Iran e docente presso il Dipartimento degli Studi sulla comunicazione alla University of North Carolina di Chapel Hill.  Dopo aver lavorato come redattore per diverse testate a Tehran – alla fine tutte quante chiuse o interdette dal governo – Ali è diventato un docente presso la University of California, Berkeley. Qui, ha conosciuto Pate Thomson e Mary Alice Rathbun, del Rotary Club di Berkeley. Nel 2012, ha completato i suoi studi come borsista della pace del Rotary presso il Centro della pace di Duke-UNC.

The Rotarian: Tu sei nato poco prima della Rivoluzione iraniana del 1979 e l'inizio della guerra Iran-Iraq del 1980. Come descriveresti l'esperienza in quel posto e in quel periodo?

Eshraghi: Era un periodo pieno di tumulti, con cambiamenti drammatici. Sono nato e cresciuto a Isfahan, una città antica con un'architettura favolosa, palazzi spettacolari e splendidi viali. Ma la città non è stata lasciata indenne dai bombardamenti aerei e dai missili iracheni. Alcuni dei miei compagni di classe hanno perso la vita nei raid aerei.

TR: Com'è cambiata l'atmosfera per i giornalisti da quando hai lavorato a Teheran?

Eshraghi: Fare giornalismo in Iran è come attraversare un campo minato con gli occhi chiusi. Hai sempre la sensazione di essere in pericolo. Tutti soffrono di "sindrome del suono del campanello" - col timore che le forze di sicurezza vengano ad arrestarti a casa. Non ero in Iran nel 2009 dopo le contestate elezioni presidenziali, ma all'epoca molti giornalisti sono stati arrestati e sono ancora in carcere. Quando Hassan Rouhani divenne presidente, nel 2013, le cose cominciarono a migliorare un po', ma la paura e le preoccupazioni rimangono ancora nella mente dei giornalisti iraniani.

TR: Che cos'è l'Institute for War and Peace Reporting?

Eshraghi: È un'organizzazione non profit di sviluppo multimediale con sedi in diverse parti del mondo - in particolare nelle zone di conflitto. Ha il compito di aiutare le persone a comunicare tra di loro in situazioni difficili, per consentire loro di vigilare sulla responsabilità dei loro governi e di prendere decisioni migliori in base a informazioni corrette.

TR: Sei ottimista sui cambiamenti nell'ambito del clima politico iraniano?

Eshraghi: Sono cautamente ottimista, e lo sono per lo più per quanto riguarda la popolazione iraniana che ha contribuito a portare al potere rappresentanti moderati nel Paese. L'Iran si trova in una regione piena di conflitti – la sanguinosa controrivoluzione in Egitto, le tensioni in Tunisia, l'insicurezza in Libia e Yemen, la violenta guerra civile in Siria, la repressione del movimento democratico in Bahrain. In un ambiente del genere, il popolo iraniano è riuscito ad avanzare le sue richieste in modo civile. Dopo tutto, le elezioni fanno parte della nostra tradizione centenaria.

TR: Quali sono gli ostacoli ai rapporti pacifici tra Iran e Occidente?

Eshraghi: L'Iran e gli Stati Uniti non si conoscono bene e le incomprensioni hanno prodotto brutte scelte politiche. Il primo passo verso la risoluzione dei conflitti è di smettere di costringere l'altra parte ad accettare richieste unilaterali. Occorre consentire alla controparte di poter dire sì ad una proposta senza avere la sensazione di subire un'imposizione.

TR: Cosa vorresti far sapere sull'Iran?

Eshraghi: L'Iran, come ogni altra nazione, è un posto complicato. Nei media statunitensi, le storie vengono raccontate in un contesto semplicistico, in modo manicheo. Ma questa non è la realtà. La società e il governo sono molto intrecciati; a volte collaborano tra di loro e, a volte, il governo è costretto ad accettare le richieste avanzate dalla società civile.

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Tratto da un articolo pubblicato sul numero di aprile 2014 di The Rotarian

3-Apr-2014
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